30 anni fa moriva uno dei protagonisti dell’arte del ‘900, il padre della pop art Andy Warhol.

Quanti di noi hanno avuto almeno una volta nella loro stanza un poster di una sua opera o una maglietta con la faccia di Marilyn?! Per non parlare delle foto sul cellulare con il filtro pop art =)

Sì perché la pop art, più di qualsiasi altra corrente artistica, ha avuto la capacità di entrare in contatto con la vita reale, il quotidiano e di attingere da esso e di fare di esso un’opera d’arte. E per questo ne siamo ancora profondamente influenzati.

La Pop Art, tra tutte le correnti artistiche, è in assoluto quella più affine al mondo della pubblicità.

“La vita è pubblicità”, dice Warhol, intendendo con questo come, nei tempi in cui viviamo oggi, la nostra vita e gli oggetti che la circondano tende sempre più ad assomigliare ad uno spot pubblicitario. E la pubblicità è oggi senza dubbio una delle espressioni estetiche più seduttive.

Così come seduttive e fortemente provocatorie sono le sue opere.

Influenzato profondamente dalla cultura del consumismo degli anni Sessanta, Warhol sceglie come soggetti delle sue opere oggetti di uso comune e prodotti della cultura di massa. Per citarne alcune, la zuppa Campbell, il ritratto di Marilyn Monroe, il simbolo del dollaro, i detersivi in scatola e le prime bottiglie di Coca Cola.

 

L’artista porta nei musei gli stessi prodotti che si possono vedere al supermercato nei diversi scaffali, dichiarando che “un supermercato non è diverso da un museo e sostenendo che entrambe le categorie di prodotto si possano consumare in modo simile.

 

Tra le ultime opere della collezione “Ads” (che sta per “advertisement”, pubblicità), prodotte negli anni ’80, ritroviamo il maggiolone della Volkswagen, Mao Tse Tung, Goethe reiterati in mille colori.

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Queste ultime opere sottolineano ancora di più l’operazione artistico-commerciale di Warhol e la dimensione pubblicitaria, aspetto intrinseco della contemporaneità.